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Innanzitutto una breve presentazione. Francesco Cecere è

medico-chirurgo, specialista in psichiatria e psicoterapeuta.

Lavora da circa 25 anni prevalentemente nei servizi pubblici per la

Salute Mentale e si è specializzato nel trattamento dei disturbi del

comportamento alimentare (DCA).

Svolge attività di prevenzione

nelle scuole sempre nel campo dei DCA.

Ecco le domande che gli abbiamo rivolto.

  1   Quali sono le paure dei giovani di oggi? Come sono mutate rispetto al passato?

Da quello che mi dicono i miei pazienti e da quello che sento in giro,

mi pare che le paure principali riguardino il futuro. Se faccio un confronto con le paure che avevamo noi della nostra generazione, osservo che noi non avevamo paura di non trovare lavoro, di

mettere su famiglia, di avere una casa propria. Oggi i giovani si scontrano con paure molto concrete:

credo che stiamo vivendo una fase storica  particolare. Come ha recentemente detto il Papa Benedetto

XVI stiamo vivendo un periodo storico che assomiglia a quello che contrassegnò la caduta dell’Impero

Romano. Una civiltà sta finendo, ci sono movimenti imponenti di popoli che si spostano dai paesi più poveri

in occidente alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. Tra i miei pazienti spesso ci sono persone che sono nate in Paesi diversi

dall’Italia o che, pur nati in Italia, hanno genitori che sono immigrati nel nostro Paese dall’Africa o dall’Asia

o da paesi europei. Ci sono problemi d’integrazione, di abbandono di abitudini anche alimentari, di

acquisizione di stili di vita diversi. Tutto ciò comporta un grosso disagio a cui si aggiungono le paure dei

oro coetanei. Quando noi eravamo giovani pensavamo che prima o poi avremmo trovato un lavoro nel

nostro Paese, messo su famiglia, trovato una casa da abitare: oggi queste certezze non ci sono più. Le

persone studiano, si specializzano, ma se vogliono trovare un lavoro corrispondente al livello di istruzione 

raggiunto in molti

casi devono pensare ad emigrare, a lasciare l’Italia, per evitare di restare disoccupati o sottoccupati.

Anch’io ho fatto alcuni anni di precariato prima di vincere un concorso nel Servizio Sanitario Nazionale:

oggi i concorsi sono inesistenti, e quando per caso ne viene bandito uno è affollatissimo e

raramente vincono i più bravi. Credo che le persone abbiano paure legate al loro quotidiano, più che la paura

di una guerra atomica. Ho l’impressione che certi fatti, quali il terrorismo internazionale, faccia meno paura

del come potrò vivere domani.

 

2 Si parla spesso di giovani sempre più insicuri, poco fiduciosi in loro stessi. Da cosa dipende, secondo lei?

Credo che la maggiore insicurezza dipenda da tutti quei fattori di cui parlavo prima. Aggiungerei anche che

la maggiore lassità dei legami familiari e non contribuisca ulteriormente ad incrementare queste paure. Sono

sempre più frequenti le rotture dei legami matrimoniali, i rapporti con i genitori molto impegnati fuori casa sono

spesso limitati a comunicazioni di servizio. Ovviamente questo non è vero per tutti, ma in molti casi è quello

che osservo. Oggi non si vede più la classica distribuzione del disagio per classi sociali: prova ne sia che

solo 30 o 40 anni fa Hilde Bruch, una delle più importanti studiose dei DCA, poteva scrivere che l’anoressia

era quella strana malattia che colpiva le ragazzine molto studiose, carine, precisine diremmo oggi, e di

famiglia decisamente benestante. Oggi non è più così: questa malattia colpisce trasversalmente tutte le

ragazze di ogni classe sociale e, in aggiunta, sono sempre più frequenti i casi di anoressia maschile.

Questo è sicuramente dovuto al livellamento culturale e sociale legato all’impressionante sviluppo delle

tecnologie legate all’informazione e alla comunicazione. Quando ero giovane ebbi la fortuna di assistere ai

primi tentativi di quello che sarebbe diventato in breve internet: mi ricordo l’emozione provata quando

arrivarono presso l’istituto romano dove lavoravo allora i primi dati da un collega che per motivi di studio

stava a Stanford! Allora era inimmaginabile quanto succede oggi, e sono passati solo pochi anni! Ma

torniamo alla sua domanda: ho l’impressione che delle volte i genitori, gli insegnanti, i grandi, tendano ad

avere verso le difficoltà delle giovani generazioni atteggiamenti opposti: a volte le sottostimano, altre le

sovrastimano. In alcuni casi non vogliono vedere i problemi dei figli per non vedere i propri problemi irrisolti.

Altre volte si arrendono troppo presto, tendono a delegare ai cosiddetti esperti la soluzione di problemi che

invece compete a loro affrontare. Spesso sono troppo ansiosi e genitori troppo ansiosi producono figli

incapaci. Non si tratta di proporre soluzioni precostituite o tratte dalla propria esperienza di vita, ma di

aiutare i giovani a trovare da soli le soluzioni in un clima di condivisione. Clima in cui devono essere chiari i

ruoli. Non credo che i genitori debbano essere i migliori amici dei figli, o che gli insegnanti debbano essere

amici dei propri studenti: i genitori devono fare i genitori, gli insegnanti, gli insegnanti e i ragazzi, i ragazzi. I

ruoli vanno rispettati. Un fenomeno che osservo spesso, e che considero molto patologico, e quello dei

genitori che cercano accudimento da parte dei figli, che vogliono essere rassicurati e accuditi dai propri

figli.

In nessuna specie animali è dato di osservare dei piccoli che si prendono cura dei grandi: è contro natura.

Sono i grandi che devono accudire i piccoli, con la ovvia modulazione dovuta al variare dell’età dei ragazzi. Il

piccolo non ha le competenze necessarie per accudire un adulto: questo comporta un’eccessiva

responsabilizzazione del piccolo che comporta una grande insicurezza. Ma questo è solo uno dei tanti

motivi di questa crescente insicurezza dei giovani, ma non se ne parla abbastanza. Ma badate bene: fare il

genitore è veramente difficilissimo; anche fare il figlio non scherza…

 

  1. Quali sono le modalità che adottano i giovani ogni giorno per mascherare la loro insicurezza e in quali comportamenti in particolare si manifesta?

 

Credo che una precoce adultizzazione sia una delle modalità adottata dai giovani. A volte osservo genitori

che sembrano adolescenti mal cresciuti e, invece, giovani invecchiati precocemente. Bisogna leggere i

fenomeni congiuntamente. Mi è capitato di cogliere in certe manifestazioni patologiche di tipo alimentare

(anoressia, bulimia principalmente) un rifiuto di un’ideologia dei grandi tutta basata sul salutismo, sulla

perfetta forma fisica, su forme esasperate di voglia di mantenersi giovani. Non è possibile generalizzare,

ovviamente, ma c’è anche questo. Una forma molto diffusa di malessere specialmente a livello scolastico è il

bullismo, cioè il vessare il compagno più debole. Non è un fenomeno solo maschile, ma anche femminile. Un

altro modo di sfuggire alle proprie insicurezza è anche quello di bruciare le tappe, ma di questo ne parleremo

dopo più diffusamente. Qui mi preme solo sottolineare il sempre più diffuso ricorso all’alcol e/o alle droghe

per anestetizzarsi e per deresponsalizzarsi. Tutte le condotte che comportano una dipendenza – droga,

alcol, sesso, mangiare patologicamente – sono una contraddizione in termini: per sentirmi libero finisco per

dipendere totalmente da qualcos’altro o da qualcun altro. Quando parlo di libertà non mi riferisco alla vera

libertà, ma al essere libero – sollevato - dalla sofferenza, dal dolore, in fondo da tutto quello che di bello o di

brutto la vita ci riserva.

 

  1. In una società sempre più aperta, con modelli di famiglia vari e diversi spesso da quello tradizionale, come vede il ragazzo il rapporto tra i genitori? Come questo si ripercuote sulla sua vita e sul modo di vedere l’amore e il rapporto di coppia?

 

Un mio collega napoletano durante un suo intervento disse che un suo paziente giovane, appena mollato

dalla sua ragazza, gli chiedeva cosa doveva fare; e lui rispose: “Ha’ da suffrì”. Penso che il dato più saliente

della nostra società sia quello di voler sfuggire il dolore, la malattia, la morte. Il ricorso maniacale alla

chirurgia estetica, al fitness esasperato, secondo me significano solo questo: il rifiuto di accettare il passare

del tempo e le difficoltà connesse al passaggio attraverso le diverse fasi della vita. Si insegue con tutte le

proprie forze la felicità con la f minuscola, un benessere momentaneo, la soddisfazione di necessità che

spesso non sono neanche nostre, ma imposte dall’esterno. In questa rincorsa delle felicità il legame stabile

e duraturo viene vissuto come una costrizione senza senso. Perché dovrei restare tutta la vita con una

persona destinata ad invecchiare e diventare brutta, grassa, in una parola insopportabile? Allontanarsi

dall’altro spesso serve a sfuggire se stessi, al rispecchiamento nell’altro. Perché non dovrei rispecchiarmi in

qualcun altro più giovane e attraente? Oggi osservo che non sono solo i maschietti a decidere di

interrompere il legame matrimoniale. Nella mia esperienza sono sempre più spesso le mogli a dichiararsi

insoddisfatte e a cercare nuovi legami più appaganti (?!) Molto spesso è una pia illusione: dopo poco tempo

riemerge l’insoddisfazione e si passa a cercare una nuova relazione appagante. Ma anche qui, attenti a

generalizzare: parlo solo di alcune tendenza che osservo nella mia pratica clinica. Questa visione ha ovvie

ripercussioni sui giovani: da una parte vedo la difficoltà ad incontrare persone che abbiano voglia di

intraprendere una relazione seria. Molte mie pazienti incontrano ragazzi – a volte si parla di ragazzi di

quaranta anni!!! – totalmente restii a lasciare la casa di mammà, anche se hanno un lavoro o addirittura una

loro casa. Sono persone che trascorrono il tempo lasciato libero dal lavoro in palestra, o giocando alla

playstation, o viaggiando per praticare il windsurf. Non vogliono responsabilità, sono reduci da delusioni

sentimentali – pare che le persone si siano messe d’accordo nel dire che vengono da una storia durata

sette (o cinque o tre) anni e che ora non hanno più voglia di coinvolgimento a lungo termine -, in una parola

non vogliono soffrire. Altre volte, invece, osservo rapporti tra giovanissimi così totalizzanti da escludere altri

rapporti umani; dei rapporti quasi soffocanti, tutti basati sulla dipendenza totale l’uno dall’altra. Sembra

l’opposto di quanto detto prima, ma a ben vedere sono rapporti in cui l’altro viene visto solo in funzione di  

me. C’è un uso dell’altro – che può essere anche reciproco ed inconsapevole – che è finalizzato solo al

mantenimento della mia sicurezza. Non è un caso che i disturbi narcisistici di personalità in questi anni siano

molto più diffusi che in passato. Il narcisista non è interessato al benessere dell’altro, è un insicuro che

attraverso la rassicurazione che gli viene dall’approvazione dell’altro riesce a campare. Dico campare e non

vivere perché la vita del narcisista è molto faticosa… Bisogna sempre trovare qualcuno che ci rassicuri

sempre di più, che allevi la sua sofferenza. Ma appena l’altro è bello spremuto come un limone, cioè non ci

può dare più nulla, bisogna passare ad un altro. Forse è per questo che vanno tanto di moda i vampiri!

 

  1. E’ possibile giustificare la crescente sfiducia dei giovani nei confronti del matrimonio? Cosa la causa?

 

Credo ci aver già risposto in larga parte a questa domanda in precedenza. Vorrei qui, però, ragionare un

pochino sul matrimonio. Che cos’è il matrimonio? Lasciamo perdere le mezze mele che si incontrano

perfettamente perché le uniche mezze mele che combaciano perfettamente sono quelle che provengono

dalla stessa mela tagliata a metà – narcisismo… –; cercherò, invece, di dire due parole su quello che penso

dovrebbe essere un matrimonio. Mi è difficile dire cosa dovrebbe essere un matrimonio, mi viene più facile,

per deformazione professionale, dire cosa non dovrebbe essere. Ci provo comunque: il matrimonio

comporta la nascita di una nuova entità che è la coppia. E’ la coppia che poi generalmente mette al mondo

dei figli e che li educa e li fa crescere. In questa affermazione si capisce che la sessualità ha ovviamente

due finalità: quella unitiva e quella procreativa. Ridurre, però, come spesso viene sostenuto, il matrimonio

alla sessualità vuol dire avere una visione molto parziale e riduzionistica del matrimonio. La coppia è la prima

entità che viene creata con il matrimonio; spesso le coppie si creano con una funzione riparativa, come

sostengo io. Ho avuto una madre fredda e poco espansiva, allora cercherò una moglie molto affettuosa.

Ho avuto un padre molto severo, allora cercherò un marito molto comprensivo: questo per fare solo alcuni

esempi esplicativi. Questi matrimoni riparativi – e non riparatori… - in genere non hanno una vita lunga o

sono comunque poco soddisfacenti. L’altro viene spesso idealizzato nella fase del fidanzamento e si

sottovalutano gli elementi caratteriali che contrastano con le aspettative, per cui ad un certo punto ci si

rende conto che la persona che si è sposata non è molto dissimile dalla figura materna o paterna, solo che

non ce ne si era accorti… Ma, sto ancora parlando della patologia del matrimonio e dei legami umani. Nella

coppia i due soggetti coinvolti dovrebbero mettere in comune le loro parti migliori, non le loro parti ferite

o comunque sofferenti. Sono le parti migliori che poi devono svilupparsi e crescere fortificando la coppia.

Nel matrimonio ci deve sempre essere il volersi prendere cura reciprocamente dell’altro, la voglia di

continuare a crescere e a far crescere: in poche parole volere bene all’altro vuole dire volere il bene

dell’altro

Ci vuole, quindi, intelligenza e sensibilità per capire quale sia veramente il bene dell’altro adesso, e poi

domani e tra un anno… Perché matrimonio vuol dire anche difficoltà, da affrontare insieme, vuol dire

essere disposti a rinunciare a parti di se non fondamentali, restando se stessi, cioè la persona che l’altro/a

ha scelto come suo/a compagno/a; in qualche modo a far morire alcune parti di noi non essenziali se il 

rapporto con l’altro lo richiede. Tutto questo non capita molto di frequente, e più delle parole conta

l’esempio.

 

E’ facile capire che la disaffezione al matrimonio da parte dei giovani è legata alle molteplici combinazioni

dei fattori critici e patologici che ho esposto prima. Però lasciatemi dire che, in fondo in fondo, il

matrimonio è essere felici di tornare a casa perché incontreremo la persona a cui teniamo di più e di

potergli/le raccontare quello che ci è capitato perché come le capisce lei/lui, non lo capisce nessuno!

 

  1. Cosa spinge i giovani a saltare le tappe e ad approcciarsi al mondo della sessualità sempre più presto?

 

Non credo che si saltino le tappe solo rispetto alla sessualità; c’è una tendenza generale a voler crescere

sempre più in fretta, a fare sempre nuove esperienze. Quello che m’impressiona è constatare che questa

tendenza che è sempre esistita, oggi sembra particolarmente esasperata. Questa esasperazione viene

fomentata particolarmente dall’assenza di fattori che tradizionalmente hanno ostacolato – e, quindi,

rafforzato - la naturale voglia di crescere. L’allentarsi dei legami familiari innanzitutto; la scarsità di regole

che domina la nostra società, in secondo luogo. La spinta esasperata al consumismo non solo di beni

materiali, ma soprattutto di esperienze. Tutto ciò comporta che le persone sono spinte a vivere

esperienze rispetto alle quali non sono pronte. Questo potrebbe spiegare perché poi ci si arresta nella crescita, la

lunghissima adolescenza che tanto spesso mi capita di osservare, i famosi ragazzi di quaranta anni. E’

come se dopo tanto correre ci si fosse stancati, si fosse esausti e demotivati. Mi colpisce constatare che in

tante coppie di giovani apparentemente libere da ogni condizionamento, conviventi da anni e lontani da

valori cosiddetti tradizionali, si osservi molto spesso una quasi totale assenza di attività sessuale, fenomeno

che si osservava prima in persone di età molto più matura.

Non è facile decifrare questi fenomeni, né capire quanto siano diffusi, ma non credo che siano confinati

solo alle persone che fanno parte della mia casistica.

 

  1. Più in generale cosa spinge secondo lei i giovani a perdere il valore delle cose?

 

Come dicevo prima, il consumismo delle cose e delle esperienze, l’apparente facilità di ottenere tutto e

subito, spiega in larga parte il fatto che le cose abbiano sempre meno valore. Non credo che riguardi solo i

giovani, ma tutta la nostra società occidentale in generale. Non c’è più il gusto di raggiungere le cose con

fatica, di conquistarsele. Certo, se penso alle difficoltà di trovare lavoro, per esempio, la meta sembra così

lontana che molti giovani perdono la speranza di raggiungerla mai! Rispetto ad anni molto vicini a noi,

caratterizzati da un’esasperata autoaffermazione – vedi il carrierismo, lo yuppismo - oggi c’è sempre una

maggiore disaffezione. Certi obiettivi appaiono irraggiungibili e di conseguenza molti giovani smettono di

provare a raggiungerli. Credo che in fondo, molte persone abbiano perso di vista il senso della loro vita, di

che cosa ci stiamo a fare a questo mondo: quello che cerco di fare con il mio lavoro è di aiutare le

persone a ritrovarlo. Grazie.

(Silvia Tesone)