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Sono trascorsi quindici anni dall’annuncio della scoperta della fusione fredda da parte dei due elettrochimici Martin Fleishmann e Stanley Pons. La fusione nucleare fredda è il  nome attribuito a reazioni di natura nucleare, che si producono a pressioni e a temperature molto minori di quelle necessarie per ottenere la fusione nucleare "calda", per la quale sono necessarie temperature dell'ordine del milione di kelvin e densità del plasma elevato. Una fonte di energia senza scorie radioattive. Su questo specifico tema cresce l’attenzione a livello di Istituzioni: anche negli USA è in corso un processo di revisione del fenomeno. Dopo la conferenza scientifica di Boston del 2003, il DOE ha emesso il verdetto: un significativo numero di referee riteneva che il fenomeno era da considerarsi un effetto reale e che la materia meritava di essere studiata né più né meno come altre materie scientifiche.  Ne abbiamo parlato con un esperto impegnato nella fusione fredda, il ricercatore Vittorio Violante, del Centro Ricerche ENEA di Frascati: Oggi, dopo 15 anni, il fenomeno può considerarsi ancora non riproducibile e, quindi, in qualche modo casuale? “Gli sperimenti hanno messo in evidenza che l’eccesso di potenza si manifesta, a volte anche con una notevole vivacità. La riproducibilità del fenomeno è comunque superiore a quella che si riusciva ad ottenere solo alcuni anni or sono. L’Istituto Californiano SRI International e la IMRA Japan osservarono che si tratta di un fenomeno ‘a soglia’, vale a dire che l’eccesso di potenza si innesca solo se si raggiunge un livello di concentrazione all’interno del reticolo di palladio non inferiore ad un certo valore. Partendo da questa osservazione, personalmente ho dedicato buona parte della mia attività scientifica a cercare di comprendere perchè, a parità di condizioni di lavoro, un materiale come il palladio, apparentemente sempre uguale, talvolta assorbe più idrogeno e a volte ne assorbe di meno. Questo studio è durato diversi anni e alla fine qui all’ENEA siamo riusciti a creare e brevettare una tipologia di questo metallo e un processo per realizzarlo, che consente di riprodurre in modo affidabile la soglia di concentrazione necessaria all’innescarsi del fenomeno”. Quindi siete riusciti a consentire la famosa riproducibilità? “Siamo riusciti a creare un’affidabile riproducibilità della soglia critica di caricamento. Certo, non è ancora una vera e propria riproducibilità controllata: ad esempio stiamo ancora lavorando sul controllo dello start-up del fenomeno, che a tutt’oggi non siamo in grado di far partire a comando. Si tratta insomma di un’importante situazione di miglioramento e 'trasferimento’ della riproducibilità, totalmente assente all’inizio della ricerca nel 1989”.  Quali risultati sono stati conseguiti con la ricerca finanziata dal Ministero dello sviluppo economico? Gli obiettivi che la ricerca si poneva sono stati raggiunti? "I risultati sono stati sicuramente interessanti, in particolare per quanto riguarda lo studio dei materiali e tutti gli obiettivi previsti dal Progetto sono stati raggiunti". A questo punto dello stato dell'arte, secondo Lei, cosa si dovrebbe fare per sviluppare ulteriori conoscenza in questo campo? "Sarebbe opportuno concepire un progetto di ricerca, per definire il fenomeno, da svolgere eventualmente in un contesto di collaborazioni internazionali con Istituti scientifici di alto livello. (La Redazione)